23 novembre…

Chi non muore, si rivede…

Annunci
Pubblicato in Self | Lascia un commento

Lapis haematitas

C’è un gusto perverso a scrivere con la matita invece che con la penna. Le parole sono evanescenti, i pensieri ancora di più, la matita non fa altro che acuire questa sensazione!
C’è bisogno di calcare un po’ di più, rende tutto più rozzo, grezzo, in attesa di essere raffinato, perfezionato. Tutto è poco definito, ma tutto è aperto al cambiamento. Facile alla cancellazione, facile alla sovrascrittura, facile alla correzione dell’errore.
La vita è come scrivere con una penna, puoi tracciare una linea o ricoprire di nero gli errori commessi, ma saranno lì per sempre e rileggendo ciò che hai scritto saprai di aver fatto un errore proprio in quel punto.
Il sogno è come scrivere con una matita. Evanescente, indefinito, sempre pronto a modificarsi secondo il nostro volere.
Magari la vita fosse come scrivere con una matita, non è vero?
In fondo, l’unico rischio sarebbe una gomma che cancelli via tutto…

Pubblicato in Self | Lascia un commento

1 chiamata persa

Camminava pensierosa per la sua solita strada. Non sapeva mai dove la portasse, si era sempre fermata a metà per poi tornare indietro.
Era una strada di campagna, poco illuminata, ma ben asfaltata; da un lato la montagna e dall’altro un dirupo così ripido e profondo che non  riusciva a vederne la fine.
Si stava facendo sera e camminava, non ricordandosi neanche quando o anche solo perché avesse iniziato a passeggiare.
Guardò verso la sua sinistra, vide la montagna e si sentì in soggezione, incapace e inadeguata. A cosa?
A tutto e a niente.
Guardò verso il burrone, si avvicino un po’ e, continuando a camminare, guardò giù.
Buio.
Pensò che forse sarebbe stato più facile buttarsi laggiù per vedere fin dove sarebbe arrivata, piuttosto che scalare la montagna fin dall’altra parte per vedere cosa la stesse aspettando. Ma continuò a camminare spostandosi verso il centro della strada.
Ormai il sole era completamente tramontato e a illuminare il suo mondo c’erano solo la luna e le stelle.
Guardò dritta davanti e poi dietro di sé.
Pensò a quello strano posto in cui si trovava e a quella strada, sempre dritta e pianeggiante. Neppure una curva o una pendenza che le facesse capire se la stesse portando su, in cima alla maestosa montagna  o la stesse portando già, facendola sprofondare nel nero abisso, verso il buio.
Niente.
Decise di continuare a camminare, in fondo non era ancora stanca ed era sicura che da qualche parte sarebbe arrivata. Sempre meglio che stare lì, in mezzo al nulla. Tuttalpiù, avrebbe sempre potuto tornare indietro, come tutte le altre volte.
Ogni tanto, vedeva delle ombre passarle accanto. Alcune vicine, altre lontane. Alcune correvano veloci, altre lente. Alcune imitavano e assecondavano i suoi passi dietro di lei, altre stavano davanti per un po’ e poi fuggivano via.
Non riusciva a distinguere i volti di chi le camminava accanto, ma sentiva di conoscere quelle ombre.
Alcune meglio di altre.
Tutte, prima o poi, sparivano dissolvendosi nell’aria.
Non si chiedeva perché, accettava la cosa come se fosse naturale, come se fosse sempre stato così.
Un’ombra in particolare la colpì tanto da farla fermare un attimo, sorpresa.
Ripresero insieme a camminare e sentiva l’ombra guardarla, sorriderla, voler infantilmente giocare con lei, scherzare con lei, parlare con lei, condividere la montagna e l’abisso con lei.
Le parlò. Qualcosa di stupido, senza senso, ma l’ombra non emise un suono. La toccò, la odorò.
Che pelle liscia e che odore meraviglioso.
Continuò a parlarle, ma sembrava che l’ombra non riuscisse a sentirla. Parlò più forte, sempre più forte. Era sicura che così l’ombra sarebbe riuscita a capire.
Iniziò a urlare, disperatamente. A gridare, rabbiosamente. Voleva a tutti i costi comunicare con l’ombra che stava lì, accanto a lei e sembrava guardala, volerla capire, rispondere.
La sua voce svanì, sfinita dallo sforzo. Chiuse gli occhi per un attimo e sentì i primi raggi di sole illuminarle il viso e il suo mondo. La voglia di vedere l’alba le fece riaprire gli occhi, sicura che la luce le avrebbe finalmente fatto vedere e comprendere chi avesse di fianco.
Vide accanto a sé l’ombra ancora oscura e poco definita.
Si sorprese quando si accorse che il volto dell’ombra non era rivolto verso di lei.
Le girò attorno più di una volta, ma c’era solo il nulla.
Stanca e arrabbiata, prese un sasso da terra e glielo scagliò contro, colpendo l’ombra sul petto. Ma vide che non si mosse, non accennò né dolore, né sorpresa, né rabbia, né sofferenza.
Immobile.
Indifferente.
Stanca e delusa, lasciò che le scesero sul volto due lacrime.
Guardò davanti e continuò a camminare verso l’alba.
Sola.

Pubblicato in Racconti | Lascia un commento

Il Perdono Facile

Ma come si fa a perdonare qualcosa di grave? E’ inconcepibile.

Un tradimento, di un amico o di un amante fa lo stesso; un grave gesto irrispettoso; un’offesa; ecc. ecc. Come si fa a dimenticare tutto e ad andare avanti? Coma fa la rabbia a passare? Come si può ritornare ad avere fiducia e affetto? Come si può guardare la gente negli occhi e ritornare a dire “ti amo” o “ti voglio bene” dopo ciò che si è fatto, dopo ciò che si è subito? E le conseguenze allora? Non esistono? Le responsabilità delle proprie azioni? Vanno a puttane? E la rabbia dove va? L’ira al solo pensiero di ciò che ti hanno fatto dove finisce? Nel dimenticatoio? Le cose non si dimenticano se vengono ignorate. Rimano lì, si radicano e si alimentano di tutta la merda che trovano. Crescono e si ramificano, spuntano le foglioline e i frutti, ma dentro è marcio, è pieno di niente, di vuoto.

Su che basi poi si ricostruiscono i rapporti? Non viene meno la fiducia? Non ti viene da pensare che possa rifarlo se l’ha già fatto una volta? Non ti si innestano così tanti dubbi da non dormire più la notte? Non ti chiedi cosa faccia quando non ci sei? Non ti chiedi se ti stia mentendo? Non ti chiedi se ti stia prendendo in giro? In fondo, l’ha già fatto, può benissimo rifarlo.

Perdonare, sì certo, come no. Non si perdona, si sceglie di ignorare, di far finta che non sia successo niente. Perchè? Perchè non c’è niente di più spaventoso al mondo per un essere umano della solitudine.

Fottetevi, tanto si muore soli, tutti.

E poi non si ha neanche il coraggio di guardare in faccia chi sa…

Pubblicato in Self | 1 commento

A volte…

Forse dò troppa importnanza agli oggetti. Tipo, il taccuino a quadretti. Non l’ho ancora usato. L’idea sarebbe quella di destinarlo a qualcosa di importante. Ecco, due considerazioni:

1) ho voglia di produrre un qualcosa di veramente importante e che mi lasci un senso di soddisfazione per un lungo periodo;

2) però, purtroppo, idealizzo troppo i concetti come “scrivere” e “produrre” e “importante”.

Inevitabilmente, ciò si traduce in un bel niente. E’ come se le due considerazioni si annullassero, essendo in qualche modo opposte e perciò rimango al punto di partenza con la voglia di fare e idealizzare fino allo stremo, creando un circolo vizioso degno di una ruota panoramica impazzita.

Pazzia…

Alla fin fine, a ben vedere, tutti hanno una qualche specie di sindrome, più o meno grave, con cui fare i conti nel buio e nella solitudine della propria interiorità.

Ho trovato questa poesia meravigliosa per caso, sfogliando distrattamente il libro di poesia di Pessoa. A volte, dall’alto del mio razionalismo ateo, scivolo pensando che l’universo e la natura abbiano una specie di coscienza e che mi mandino dei messaggi da interpretare o che, a volte, si prendano semplicemente gioco di me. Ma poi mi rialzo, mi riassesto e dall’alto del mio razionalismo ateo ritorno ad osservare la spiegazione più semplice: il Caso. Ecco la poesia:

A VOLTE

A volte in spiaggia lancio

sassi in mare

e dal mio vano gesto ricavo

un gusto di errare,

un sapore di Impero lasciato

da chi poteva

centrare il suo regno

ma tutto lasciò per il solo piacere

di vedere attraverso sé il cielo e il giorno.

Leggendola, ho avvertito chiaramente un senso di immedesimazione. In effetti, dico sempre di voler vivere per me stessa, con i miei interessi e i miei piaceri. Mi potrebbero accusare di non avere ambizioni, pur sapendo di poter “centrare il mio regno”. Risponderei che non c’è ambizione più grande di vivere per la vita stessa. Ebbene sì, voglio assaporare un “Impero lasciato” per vivere il mondo a modo mio, attraverso me.

A volte, mi chiedo perchè analizzi e razionalizzi troppo questo benedetto/maledetto mondo e tante altre, invece lo idealizzi così tanto. Estremizzo tanto e, a volte, moltro poco. Evidentemente, a mali estremi… non trovo una via di mezzo.

Comunque sia, godo della sensualità nella scrittura.

Pubblicato in Self | 2 commenti

Proprietà

Sdraiata sul letto,
sul fianco destro,
con gli occhi chiusi,
in preda all’insonnia.

Allungo una mano,
quella sinistra,
sul lato opposto,
di fronte a me.

Tocco una mano,
la stringo forte,
apro gli occhi,
era la mia.

 

Pubblicato in Poesie | 2 commenti

Gioco Ricordo

Non mi piace quando la mia mamma mi mette nella scatola nera. Ho tanta paura del buio e dei mostri. Si nascondono i mostri nel buio, io lo so.  Io li vedo, sono lì che cercano di prendermi le mie mani. Io però mi siedo stretta, stretta in un angolino dove so che nessuno può prendermi e piango, così magari la mia mamma mi sente e mi viene a prendere.

Io lo so che la scatola nera è solo il ripostiglio della nostra casa, però so anche che quando mamma chiude la porta tutto diventa buio come se chiudessi gli occhi e mi inizia a battere il cuore forte, forte e mi viene da gridare così tanto, ma non lo faccio perché tante volte sento dei rumori fuori e la mamma ogni volta mi dice di stare zitta se no succedono cose brutte. E così io non dico niente e ascolto.

La mia mamma e il mio papà non sono felici come quelli della televisione. Io il mio papà l’ho visto solo tre volte, però lui viene tante volte a casa nostra. Quando viene, lui e la mamma urlano tanto e sento tanti rumori come quando faccio cadere per sbaglio un piatto o un bicchiere. Solo che loro ne fanno cadere tantissimi. Come adesso, sento tanti piatti e bicchieri cadere e la mia mamma che piange e urla e dice al mio papà che è un figlio di puttana. Mio papà risponde tutto arrabbiato che la puttana è lei, chissà che cosa vuol dire “puttana”, non deve essere una bella parola.

Poi il mio papà chiede alla mia mamma dove sono io e mia madre gli risponde che non glielo dice a lui che è un brutto pedofilo di merda. Ma perché usano tutte queste parole strane? Questi grandi non li capisco, urlano troppo e mi fanno spaventare tanto.

Credo che il mio papà ha tirato uno schiaffo alla mia mamma perché lei ha urlato ancora mentre piangeva e lui gliene ha tirato un altro, lo so il rumore degli schiaffi, a volte la mia mamma mi tira schiaffi quando faccio la cattiva. Magari la mamma ora ha fatto la cattiva, per questo il papà gli tira schiaffi.

Ho tremato dalla paura. Ho sentito qualcuno sbattere alla porta della scatola nera. Ma forte, forte!

Ora non si sente più nulla, tipo quando a scuola giochiamo al gioco del silenzio. Magari hanno fatto la pace, il papà e la mamma. Però sento come quando si aprono dei cassetti, tutti veloce.

Finalmente la mia mamma mi fa uscire da qui! Sono felice! Avevo così tanta paura. Sento la porta che si sta aprendo.

Ma non è la mia mamma, è il mio papà! Sono felice lo stesso, finalmente i mostri non riusciranno a prendermi più. Farò la brava così non ci ritorno più in quella scatola nera, brutta scatola nera.

Il mio papà mi sorride e mi dice che ora sarà lui a prendersi cura di me. Gli chiedo dov’è la mamma e mi dice che è sul divano che sta riposando perché è stanca. Io guardo sul divano e vedo la mamma che sta dormendo sul divano.  Ha tutta la faccia rossa, quando si sveglierà dovrà pulire tutto perché la casa è tutta sporca e piena di cose rotte. Mi sa che la mamma sarà tanto arrabbiata.

Guardo di nuovo il mio papà che si è piegato sulle ginocchia davanti a me e che continua a sorridere e a dire che con lui starò bene, che la mamma non mi vuole più, che insieme faremo tante cose carine e che ora però dovevamo riposare nel letto di mamma e papà, che doveva mostrarmi una cosa molto bella e di non aver paura perché è normale che una bimba col suo papà facciano queste cose, le fanno tutti!

Sono felicissima! Finalmente gioco col mio papà! Sorrido e gli prendo la mano. Lui si alza e insieme camminiamo nella stanza di mamma.

La porta che si chiude e che fa lo stesso rumore della scatola nera è l’ultima cosa che voglio ricordare.

Pubblicato in Racconti | 4 commenti