(Co)PerTina

La maestra le aveva messe vicine di banco da più di due mesi, ma nessuna delle due aveva proferito parola. Entrambe appena arrivate in città. Entrambe nuove, in un posto nuovo, con facce nuove. Nessuno aveva mai chiesto loro nulla se non come si chiamassero. Nessuna delle due aveva mai tolto gli occhi dai rispettivi taccuini, uno di colore bianco e l’altro di colore nero. Sembravano nel loro mondo e decisamente intenzionate a rimanerci.

Erano sedute in fondo all’aula, ultimo banco nella fila centrale. La bambina col taccuino bianco era seduta a destra, con la testa piegata in avanti per leggere meglio e i lunghi capelli marroni che le circondarono la visuale, come a proteggerla da tutto il resto. La bambina col taccuino nero era seduta a sinistra, capelli corti e con solo lo sguardo rivolto verso il basso. Non aveva bisogno di protezioni per estraniarsi dal mondo.

Non riusciva a capirne neanche lei il motivo, ma la bimba dai capelli corti mosse la testa verso la sua compagna di banco. Le sembrava che qualcuno avesse preso possesso del suo corpo e non ne fosse più padrona. Si impaurì, non riusciva a dire nulla o a fare nulla, solo guardare col cuore in gola quella piccola cucciola di donna affianco a lei. Ad un certo punto, notò che la bambina col taccuino bianco alzò lentamente la testa, come se si fosse accorta di essere osservata e girò ancora più lentamente la testa verso di lei. La bambina a sinistra capì subito che ciò che le stava succedendo, era una esperienza comune anche alla sua compagna di banco. Infatti vide riflesso nei suoi occhi il suo stesso sguardo, la sua stessa paura e lo stesso timore, nonché lo stesso sforzo di resistere e la stessa espressione interrogativa.

Per qualche strana combinazione, le loro palpebre si chiusero nello stesso momento.

Riuscirono ad aprire gli occhi pochi istanti dopo. Erano sempre sedute al loro banco ma erano sospese in mezzo al buio più totale, ancora bloccate, ancora incapaci di muoversi.

Una piccola e flebile luce apparve dal nulla ai loro piedi, lasciando tutto il resto del corpo immerso nell’oscurità. D’istinto le due piccole guardarono giù e venne loro la pelle d’oca. Due piccoli vermi bianchi, con le loro teste dove in realtà ci sarebbe dovuta essere la testa dei vermi, salivano ognuno la gamba destra delle due bimbe impaurite e con la faccia contorta dalla nausea. Le bambine sentivano distintamente le zampette dei vermi che risalivano lente ma determinate prima la caviglia e poi, più su, il polpaccio.

Cercarono di muoversi, di togliersi di dosso quelle bestiacce schifose, ma fu tutto inutile. I vermi camminarono un altro po’ e poi si fermarono e affondarono i denti nella carne tenera e bianca delle nude gambe delle bimbe. Entrambe urlarono dal dolore e dallo spavento. Si guardarono i piedi l’una dell’altra per un istante e iniziarono a piangere. Piccole lacrime che scorrevano giù, attraversando piccoli visi rosa.

Una luce più grande emerse dal buio, più luminosa e all’altezza del loro corpo. Col cuore che batteva ancora più veloce, video avanzare due figure apparse in una strana nebbia grigia.

La prima figura era di un uomo di mezz’età senza segni particolari o altro. Un uomo che tutti avrebbero descritto come uguale a tanti altri. Sembrava non avere nessuna espressione sul viso, aveva gli occhi spenti e lo sguardo perso nel vuoto. L’altra figura era di un vecchio dai capelli bianchi e dal viso sporco di fango. Aveva i denti tutti marci e un occhio fuoriusciva dalla sua orbita, penzolante, ma sembrava non dargli minimamente fastidio. Aveva però le mani più grosse del normale.

L’uomo senza sguardo si diresse verso la bimba dai capelli lunghi e si fermò a mezzo metro da lei, anche lui sembrava sospeso nel vuoto. Il vecchio, invece, si avvicinò sempre più alla bimba dai capelli corti fino a invadere il suo spazio.

Iniziarono all’unisono, il vecchio ad accarezzare il corpo della bimba che aveva di fronte in maniera sempre più insistente e persistente; l’uomo a parlare rivolto alla bambina col taccuino bianco con una voce talmente alta che a quest’ultima sembrò come se ogni parola, ogni lettera fosse un pugno violento. Sentiva il suo corpo percosso da atroci scariche di dolore. Non riusciva quasi più a sopportarlo, quando girò lo sguardo verso il corpo della sua compagna di banco. Il vecchio continuava ad accarezzarla dappertutto in maniera così viscida che le venne quasi da vomitare. Intanto, la bimba dai capelli corti riuscì a resistere a quelle carezze non volute e guardò anche lei il corpo della sua compagna di banco. Lo vide dilaniato, con ferite aperte e sanguinanti. Riuscì solo a immaginarne il dolore.

Il buio si diradò ancora di più, una luce ora illuminò direttamente i visi delle due bambine sempre più spaventate. I loro occhi furono quasi accecati dalla troppa luce, ma in pochi secondi il loro sguardo si abituò e riuscirono a vedere che sia i vermi che le strane figure erano sparite.

Erano sole, immerse nella luce.

Riuscirono di nuovo a guardarsi negli occhi, ma stavolta non le costringeva nessuna forza esterna. Le lacrime di ognuna non accennavano a smettere e le pupille erano ormai attraversate da una fitta rete di venature rosse.

“Io… mi dispiace…” dissero alternativamente l’una all’altra.

“Noi… grazie.” dissero contemporaneamente poco dopo.

Chiusero gli occhi nello stesso istante ancora una volta per riaprirli pochi istanti dopo.

Erano ancora sedute al loro banco, guardandosi, domandandosi l’un l’altra. Capirono di non aver sognato. Vedevano chiaramente negli occhi dell’altra la consapevolezza di aver vissuto la stessa strana esperienza. Sentirono entrambe un tepore ad una mano. Spostarono lo sguardo giù e videro che avevano una la mano su quella dell’altra. Ritornarono a guardarsi negli occhi lucidi. Sorrisero.

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