1 chiamata persa

Camminava pensierosa per la sua solita strada. Non sapeva mai dove la portasse, si era sempre fermata a metà per poi tornare indietro.
Era una strada di campagna, poco illuminata, ma ben asfaltata; da un lato la montagna e dall’altro un dirupo così ripido e profondo che non  riusciva a vederne la fine.
Si stava facendo sera e camminava, non ricordandosi neanche quando o anche solo perché avesse iniziato a passeggiare.
Guardò verso la sua sinistra, vide la montagna e si sentì in soggezione, incapace e inadeguata. A cosa?
A tutto e a niente.
Guardò verso il burrone, si avvicino un po’ e, continuando a camminare, guardò giù.
Buio.
Pensò che forse sarebbe stato più facile buttarsi laggiù per vedere fin dove sarebbe arrivata, piuttosto che scalare la montagna fin dall’altra parte per vedere cosa la stesse aspettando. Ma continuò a camminare spostandosi verso il centro della strada.
Ormai il sole era completamente tramontato e a illuminare il suo mondo c’erano solo la luna e le stelle.
Guardò dritta davanti e poi dietro di sé.
Pensò a quello strano posto in cui si trovava e a quella strada, sempre dritta e pianeggiante. Neppure una curva o una pendenza che le facesse capire se la stesse portando su, in cima alla maestosa montagna  o la stesse portando già, facendola sprofondare nel nero abisso, verso il buio.
Niente.
Decise di continuare a camminare, in fondo non era ancora stanca ed era sicura che da qualche parte sarebbe arrivata. Sempre meglio che stare lì, in mezzo al nulla. Tuttalpiù, avrebbe sempre potuto tornare indietro, come tutte le altre volte.
Ogni tanto, vedeva delle ombre passarle accanto. Alcune vicine, altre lontane. Alcune correvano veloci, altre lente. Alcune imitavano e assecondavano i suoi passi dietro di lei, altre stavano davanti per un po’ e poi fuggivano via.
Non riusciva a distinguere i volti di chi le camminava accanto, ma sentiva di conoscere quelle ombre.
Alcune meglio di altre.
Tutte, prima o poi, sparivano dissolvendosi nell’aria.
Non si chiedeva perché, accettava la cosa come se fosse naturale, come se fosse sempre stato così.
Un’ombra in particolare la colpì tanto da farla fermare un attimo, sorpresa.
Ripresero insieme a camminare e sentiva l’ombra guardarla, sorriderla, voler infantilmente giocare con lei, scherzare con lei, parlare con lei, condividere la montagna e l’abisso con lei.
Le parlò. Qualcosa di stupido, senza senso, ma l’ombra non emise un suono. La toccò, la odorò.
Che pelle liscia e che odore meraviglioso.
Continuò a parlarle, ma sembrava che l’ombra non riuscisse a sentirla. Parlò più forte, sempre più forte. Era sicura che così l’ombra sarebbe riuscita a capire.
Iniziò a urlare, disperatamente. A gridare, rabbiosamente. Voleva a tutti i costi comunicare con l’ombra che stava lì, accanto a lei e sembrava guardala, volerla capire, rispondere.
La sua voce svanì, sfinita dallo sforzo. Chiuse gli occhi per un attimo e sentì i primi raggi di sole illuminarle il viso e il suo mondo. La voglia di vedere l’alba le fece riaprire gli occhi, sicura che la luce le avrebbe finalmente fatto vedere e comprendere chi avesse di fianco.
Vide accanto a sé l’ombra ancora oscura e poco definita.
Si sorprese quando si accorse che il volto dell’ombra non era rivolto verso di lei.
Le girò attorno più di una volta, ma c’era solo il nulla.
Stanca e arrabbiata, prese un sasso da terra e glielo scagliò contro, colpendo l’ombra sul petto. Ma vide che non si mosse, non accennò né dolore, né sorpresa, né rabbia, né sofferenza.
Immobile.
Indifferente.
Stanca e delusa, lasciò che le scesero sul volto due lacrime.
Guardò davanti e continuò a camminare verso l’alba.
Sola.

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