Deviazione

Piccola sbandata con deviazione annessa per questa volta, è un giorno abbastanza importante: sono nata io…

Non mi è mai piaciuto il numero 22, l’ho sempre trovato “ridondante”. Sarà anche forse il numero due a darmi fastidio, mi ricorda troppo l'”arrivare secondi”, ovvero arrivare ad un passo dalla vittoria ma non assaporarla, non afferrarla. Rimani lì a mani vuote dopo aver faticato tanto, a un metro dalla vetta… Sono contenta che questo 22 sia finito. Non sono ipocrita, mi ha portato gioie e dolori, mi sono persa e (forse) ritrovata. Ho perso gente per via e ne ho trovata tanta altra, forse migliore. 🙂 Ecco, come al solito casco sempre nella mia sindrome di stoccolma, inizio con l’odiare qualcosa per poi innamorarmene… Il 23 invece mi è sempre piaciuto, è un numero primo e come tale è un povero disgraziato che rimarrà solo, è divisibile solo per sè (oltre che per 1, che odio, mi ricorda troppo “il prezzemolo in ogni minestra” XD) però è composto da due cifre, il 2 (che odio) e il 3 (che amo)… Sarà questa combinazione di odi et amo che me lo fa piacere, questo contrasto tra gioia e dolore… Chissà… Grazie 22, ma benvenuto 23… mettiamola così va… 😀 Un buon compleanno a me e che questo sia l’anno buono per conquistare finalmente sto benedetto mondo!!! 😀

Ps: colgo l’occasione per ringraziare il Tempo, per fortuna scorri solo verso una direzione, avanti sempre verso il futuro. Sei il mio idolo, ti voglio bene.

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(Co)PerTina

La maestra le aveva messe vicine di banco da più di due mesi, ma nessuna delle due aveva proferito parola. Entrambe appena arrivate in città. Entrambe nuove, in un posto nuovo, con facce nuove. Nessuno aveva mai chiesto loro nulla se non come si chiamassero. Nessuna delle due aveva mai tolto gli occhi dai rispettivi taccuini, uno di colore bianco e l’altro di colore nero. Sembravano nel loro mondo e decisamente intenzionate a rimanerci.

Erano sedute in fondo all’aula, ultimo banco nella fila centrale. La bambina col taccuino bianco era seduta a destra, con la testa piegata in avanti per leggere meglio e i lunghi capelli marroni che le circondarono la visuale, come a proteggerla da tutto il resto. La bambina col taccuino nero era seduta a sinistra, capelli corti e con solo lo sguardo rivolto verso il basso. Non aveva bisogno di protezioni per estraniarsi dal mondo.

Non riusciva a capirne neanche lei il motivo, ma la bimba dai capelli corti mosse la testa verso la sua compagna di banco. Le sembrava che qualcuno avesse preso possesso del suo corpo e non ne fosse più padrona. Si impaurì, non riusciva a dire nulla o a fare nulla, solo guardare col cuore in gola quella piccola cucciola di donna affianco a lei. Ad un certo punto, notò che la bambina col taccuino bianco alzò lentamente la testa, come se si fosse accorta di essere osservata e girò ancora più lentamente la testa verso di lei. La bambina a sinistra capì subito che ciò che le stava succedendo, era una esperienza comune anche alla sua compagna di banco. Infatti vide riflesso nei suoi occhi il suo stesso sguardo, la sua stessa paura e lo stesso timore, nonché lo stesso sforzo di resistere e la stessa espressione interrogativa.

Per qualche strana combinazione, le loro palpebre si chiusero nello stesso momento.

Riuscirono ad aprire gli occhi pochi istanti dopo. Erano sempre sedute al loro banco ma erano sospese in mezzo al buio più totale, ancora bloccate, ancora incapaci di muoversi.

Una piccola e flebile luce apparve dal nulla ai loro piedi, lasciando tutto il resto del corpo immerso nell’oscurità. D’istinto le due piccole guardarono giù e venne loro la pelle d’oca. Due piccoli vermi bianchi, con le loro teste dove in realtà ci sarebbe dovuta essere la testa dei vermi, salivano ognuno la gamba destra delle due bimbe impaurite e con la faccia contorta dalla nausea. Le bambine sentivano distintamente le zampette dei vermi che risalivano lente ma determinate prima la caviglia e poi, più su, il polpaccio.

Cercarono di muoversi, di togliersi di dosso quelle bestiacce schifose, ma fu tutto inutile. I vermi camminarono un altro po’ e poi si fermarono e affondarono i denti nella carne tenera e bianca delle nude gambe delle bimbe. Entrambe urlarono dal dolore e dallo spavento. Si guardarono i piedi l’una dell’altra per un istante e iniziarono a piangere. Piccole lacrime che scorrevano giù, attraversando piccoli visi rosa.

Una luce più grande emerse dal buio, più luminosa e all’altezza del loro corpo. Col cuore che batteva ancora più veloce, video avanzare due figure apparse in una strana nebbia grigia.

La prima figura era di un uomo di mezz’età senza segni particolari o altro. Un uomo che tutti avrebbero descritto come uguale a tanti altri. Sembrava non avere nessuna espressione sul viso, aveva gli occhi spenti e lo sguardo perso nel vuoto. L’altra figura era di un vecchio dai capelli bianchi e dal viso sporco di fango. Aveva i denti tutti marci e un occhio fuoriusciva dalla sua orbita, penzolante, ma sembrava non dargli minimamente fastidio. Aveva però le mani più grosse del normale.

L’uomo senza sguardo si diresse verso la bimba dai capelli lunghi e si fermò a mezzo metro da lei, anche lui sembrava sospeso nel vuoto. Il vecchio, invece, si avvicinò sempre più alla bimba dai capelli corti fino a invadere il suo spazio.

Iniziarono all’unisono, il vecchio ad accarezzare il corpo della bimba che aveva di fronte in maniera sempre più insistente e persistente; l’uomo a parlare rivolto alla bambina col taccuino bianco con una voce talmente alta che a quest’ultima sembrò come se ogni parola, ogni lettera fosse un pugno violento. Sentiva il suo corpo percosso da atroci scariche di dolore. Non riusciva quasi più a sopportarlo, quando girò lo sguardo verso il corpo della sua compagna di banco. Il vecchio continuava ad accarezzarla dappertutto in maniera così viscida che le venne quasi da vomitare. Intanto, la bimba dai capelli corti riuscì a resistere a quelle carezze non volute e guardò anche lei il corpo della sua compagna di banco. Lo vide dilaniato, con ferite aperte e sanguinanti. Riuscì solo a immaginarne il dolore.

Il buio si diradò ancora di più, una luce ora illuminò direttamente i visi delle due bambine sempre più spaventate. I loro occhi furono quasi accecati dalla troppa luce, ma in pochi secondi il loro sguardo si abituò e riuscirono a vedere che sia i vermi che le strane figure erano sparite.

Erano sole, immerse nella luce.

Riuscirono di nuovo a guardarsi negli occhi, ma stavolta non le costringeva nessuna forza esterna. Le lacrime di ognuna non accennavano a smettere e le pupille erano ormai attraversate da una fitta rete di venature rosse.

“Io… mi dispiace…” dissero alternativamente l’una all’altra.

“Noi… grazie.” dissero contemporaneamente poco dopo.

Chiusero gli occhi nello stesso istante ancora una volta per riaprirli pochi istanti dopo.

Erano ancora sedute al loro banco, guardandosi, domandandosi l’un l’altra. Capirono di non aver sognato. Vedevano chiaramente negli occhi dell’altra la consapevolezza di aver vissuto la stessa strana esperienza. Sentirono entrambe un tepore ad una mano. Spostarono lo sguardo giù e videro che avevano una la mano su quella dell’altra. Ritornarono a guardarsi negli occhi lucidi. Sorrisero.

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Guida

Viaggiavano da neanche due ore ormai. Ne mancavano altre tre, ma erano tutti d’accordo che ne sarebbe valsa la pena. Un fine settimana nella casa in montagna era quello che ci voleva dopo settimane di duro lavoro. Le due piccole pesti erano state più terribile del solito nei giorni passati ed entrambi i genitori erano convinti che un po’ d’aria fresca della compagna in primavera li avrebbe calmati e rigenerati.

Alla radio si sentiva una brutta canzone dell’ennesima ragazza appena maggiorenne che in poco tempo sarebbe diventata il nuovo idolo delle adolescenti. Nessuno ci faceva caso però. L’uomo guidava guardando attentamente la strada, ascoltando distrattamente la moglie seduta al suo fianco ciarlare dei problemi che doveva in qualche modo risolvere al negozio di profumi di cui era titolare.

La strada era sgombra, senza l’ombra di un auto. Ai lati, una fila fittissima di alberi verdi e fioriti sembrava accompagnarli in questa giornata splendida e soleggiata. Il cielo era di un azzurro intenso e senza una nuvola bianca ad intaccarlo. Un cielo che faceva lacrimare gli occhi se si alzava lo sguardo.

I due piccoli gemelli biondi dietro giocavano ognuno con i propri modellini di moto. Avevano poco più di cinque anni e vestiti rigorosamente nella stessa maniera, jeans e maglietta blu. Erano immersi e concentrati nelle loro azioni che non si accorsero dell’aumento della velocità dell’auto.

In un primo momento, neanche Giovanna se ne rese conto. Continuava a parlare guardando fuori dal finestrino. Poi si girò verso il marito e disse: “Silvano, cosa stai facendo? Rallenta. Per favore, vai piano che ci sono i bambini dietro.”

Silvano sembrava non aver sentito una parola.

L’auto sfrecciava ora per quella strada che per fortuna aveva poche e leggere curve. Ma nonostante tutto l’auto slittò un paio di volte per poi riassestarsi di nuovo sull’asfalto. Ormai tutti i limiti di velocità erano stati superati abbondantemente e Giovanna, spaventata, iniziò a urlare di fermare quella maledetta auto.

Anche i gemelli capirono che qualcosa non andava. Guardavano i genitori e iniziarono a piangere.

Giovanna osservò per un momento suo marito. Era tutto contratto e quasi tremava per lo sforzo. La sua gamba era tesa sull’acceleratore, così come lo erano le braccia sul volante. Aveva lo sguardo fissò davanti a sé, la testa un po’ piegata in avanti, ma sembrava come preso da una rabbia che non gli aveva mai visto prima. La donna capì di dover fare qualcosa, di dover prendere la situazione in mano. Cercò di smuovere la gamba dell’uomo, di toglierlo via da lì, di fermalo e fermare l’auto. Gli tirò perfino degli schiaffi e dei pugni su tutto il corpo. Anche i gemelli, pur non capendo nulla per tutta quella confusione, cercarono di ostacolare quella folle corsa tirando delle manate sulla testa del padre.

Niente, Silvano sembrava quasi posseduto. Era tutto rosso in viso e sembrava avere una forza sovraumana. Niente lo smuoveva.  Nessuno poteva fermarlo.

Giovanna si accorse con la coda dell’occhio che stavano arrivando ad una curva molto più angolata. Avrebbero dovuto rallentare altrimenti si sarebbero schiantati su uno degli alberi di fronte.

Le venne il panico, non sapeva più cosa fare. Urlò con tutto il fiato che aveva in gola. Pregò Silvano di fermarsi. La curva era ormai vicina, gli alberi si facevano sempre più grandi. Era ormai troppo tardi, anche se avessero rallentato sarebbero finiti fuori strada e chissà cos’altro. Chiuse gli occhi per spalancarli poco dopo.

“Il freno a mano, cazzo! Il freno a mano!” pensò la donna quando ormai mancavano pochi istanti all’impatto.

Si schiantarono contro un albero a pochi metri dalla strada. L’auto si accartocciò come carta velina. Per qualche decina di chilometri si sentiva solo il rumore del clacson. Dopo pochi minuti uno scoppio fragoroso e il rumore delle lamiere e del legno che si consumavano sotto le fiamme ardenti.

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Inaspettato

La notte prima avevo sognato di piangere per vigliaccheria. Non ricordo molto, solo lo sguardo fiero e orgoglioso di mia madre che guardava pietosamente giù verso di me. Piangevo, non volevo fare quello che avrei dovuto fare. Ricordo perfettamente il viso contorto in una smorfia incontrollabile e le lacrime che strisciavano fuori come vermi.  E poi il risveglio.

Quel pomeriggio successe tutto molto di fretta. Aiutavo mio fratello a fare i compiti, come ogni pomeriggio. Era inverno e il buio fuori aveva già preso il sopravvento. Eravamo in cucina, il tavolo pieno di quaderni e libri, oltre che penne e matite. Eravamo soli in casa, non sapevo neanche dove fossero gli altri.

Vidi qualcuno muoversi nel corridoio con la coda dell’occhio. Girai di scatto la testa verso destra per vedere chi fosse. E spalancai gli occhi dalla sorpresa. Un ragazzo asiatico era lì in piedi e ci guardava. Era alto, vestito di scuro, occhi e capelli neri. Non aveva né armi né altro. Sentii la paura iniziare a scorrermi tra le vene. Era uno sconosciuto entrato in casa chissà come, cosa potevo fare ora?

Gli chiesi chi fosse e cosa volesse. Lo minacciai dicendogli che avrei chiamato i carabinieri o urlato per mandarlo via. Mi guardò senza espressione, quasi come se non esistessi.

Mio fratello iniziò a piangere e lui se ne accorse. L’uomo spostò lo sguardo dal nulla verso di lui seduto al tavolo con ancora la penna in mano. Poi fece un passo in avanti e lì capii che avrei dovuto fare qualcosa per proteggere il piccolo.

Mi fiondai contro lo sconosciuto. Iniziai a prenderlo a pugni sull’addome. Mi scaraventò con una sola mano verso l’alto. Sbattei la schiena contro il soffitto e caddi per fortuna su uno dei divani. Non esitai oltre e mi buttai ancora contro di lui. Saltai sulla sua schiena e iniziai a colpirlo in testa. Lo stordii per pochi secondi e ne approfittai per farlo cadere vicino la cristalliera. Corsi verso un cassetto e presi un coltello che sapevo essere affilato. Non so chi o cosa mi dette la forza di farlo, ma vidi che lo sconosciuto era ancora lì a terra con l’addome rivolto verso il basso. Affondai il coltello decine e decine di volte. Piansi mentre lo facevo. Vedevo il sangue fuoriuscire a fiotti, ma la lama non era minimamente ostacolata da quella carne ormai squarciata. Non riuscivo più a fermarmi, volevo essere sicura che non fosse più una minaccia.

Dopo non so quanto tempo, l’adrenalina diminuì un po’. Respiravo affannosamente, ero stanca per lo sforzo e lo spavento. Mi sembrava tutto finito ora. Mi venne in mente quel sogno avuto la notte prima e mi rallegrai amaramente di come fosse stato in qualche modo premonitore ma al tempo stesso completamente irreale. Sorrisi mentre le lacrime continuavano a cadere.

Poi il terrore e il panico riaffiorarono e mi colpirono come un cavallo impazzito. L’asiatico si rialzò come se avesse soltanto dormito. Ancora senza espressione, ancora con l’intento di far del male a mio fratello. Non potevo permetterglielo. Mai.

Non trovai di meglio che una bottiglia di alcol etilico lì vicino. La presi e iniziai a spruzzargliela negli occhi. Lo presi in pieno, ma non si mosse di un millimetro. Mi prese la testa con la mano destra e iniziò a sbatterla ripetutamente contro la cristalliera spaccando il vetro e rompendo il legno. Mentre mi frantumava la testa, lo sconosciuto parlò: “Io… sono… immortale!”.

Smise, ma non sentii dolore in quel momento. Forse l’adrenalina aveva ripreso a scorrermi per le vene. La vista mi si annebbiò anche a causa delle infinite lacrime e del sangue che scorreva giù sul viso. Vidi ancora mio fratello seduto al tavolo, probabilmente la paura l’aveva bloccato lì. Vidi la figura avvicinarsi a lui. Avrei voluto gridare, fare qualcosa. Sussurrai solo un ti voglio bene.

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Ossessione

Camminavo silenziosamente, come mio solito, lungo un viale alberato. Cielo sereno, piante in fiore, aria primaverile, ma continuavo per la mia strada guardando il marciapiede grigio scuro.

Non pensavo a nulla, seguivo solo una linea immaginaria tracciata dalla mia mente. Mi sembrava di star camminando per ore, quando molto probabilmente erano solo pochi minuti, anche se non ero per niente stanca. Chissà se fino a quel momento avevo incontrato qualcuno che conoscevo.

Una brezza leggera mi sfiorò e mi fece tirar su il viso e gli occhi da terra. Mi fermai e guardai il cielo più azzurro che mai, così vivido che mi sembrò di poterlo azzannare coi denti.

Fu in quel momento che mi accorsi di un puntino anomalo in tutto quell’azzurro. Un puntino nero che diventava sempre più grande, sempre meno puntino, sempre più qualcosa di indefinito.

Rimasi molto sorpresa nell’accorgermi che quel puntino ora era diventato il corpo di un uomo. Ad essere esatti era il corpo di un uomo con due ali gigantesche.

“Un angelo…” pensai immediatamente. Ero pietrificata dalla paura, non sapendo neanche perché.

L’angelo finì per atterrare con un rumoroso fruscio di ali bianchissime proprio di fronte a me.

“Sei innamorata?” mi chiese guardandomi minacciosamente. Il suo viso chiarissimo si impresse nei miei occhi sorpresi. Aveva i capelli corti ma di un biondo luminoso, con gli occhi talmente scuri da sembrare quasi neri a prima vista. Era così serio e mi fissò così a lungo che sputai letteralmente quel “sì” a bassa voce per paura che potesse reagire nel peggiore dei modi. Ma a quanto pare fu soddisfatto della mia risposta, perché iniziò a indietreggiare lentamente continuando a fissarmi negli occhi. Ebbi modo, così, di dare un’occhiata nel suo insieme a quella strana creatura. Mi accorsi che era a torso nudo e la sua pelle era di un rosa meraviglioso. Era muscoloso al punto giusto, ma comunque longilineo e alto poco più della media. Aveva dei pantaloni nerissimi, senza tasche, con una cintura d’oro. Era scalzo. E poi c’erano quelle ali, immense. Riuscivo a distinguere ogni singola piuma bianca, ordinatissime.  Le aveva sempre spalancate e ben in vista. Mi sarebbe tanto piaciuto, in quel momento, osservarle da più vicino. Ma si girò di scatto e volò via per qualche metro, da qualcun altro che come me stava passeggiando ed era rimasto pietrificato vedendolo.  Atterrò vicinissimo, quasi scaraventandola per terra, a una ragazza rossa, vestita con una camicia bianca e dei pantaloni marroni. Credo che le fece la stessa domanda di poco fa, perché la ragazza rispose affermativamente facendo su  e giù con la testa, impaurita anche lei.

Fu in quel momento che seppi davvero cosa significasse la parola “paura”. Quello strano essere tirò fuori da non si sa dove dei pugnali, anch’essi d’oro, uno per ogni mano e con la destra infilzò il cuore di quella povera ragazza. Vidi un fiotto di sangue rosso e luccicante sotto i raggi del sole uscire e macchiare la camicia bianca. La ragazza cadde a terra, con l’espressione di chi stesse vedendo la morte in faccia. I miei occhi si voltarono verso l’angelo assassino, ma lui era inespressivo come se non avesse appena ucciso un essere umano. Spiccò di nuovo il volo e si avvicinò velocemente a un uomo anziano che stava piangendo per la paura e per ciò che stava osservando. Stessa prassi, ma risposta diversa. Il vecchio rispose urlando di no, non era innamorato, non voleva neanche esserlo. L’angelo non gli fece neanche finire la frase che affondò l’altro pugnale in un altro cuore.

Mi prese il panico, vidi che quel volto e quella figura così luminosa, ma così poco angelica si girò di scatto verso di me. Il suo sguardo scuro e serio si posò di nuovo sul mio.

Mi misi a correre più velocemente possibile nella direzione opposta alla sua. Respiravo già a fatica e sentivo la paura aumentare.

“Mi ucciderà…” pensai, chiedendomi come mai non mi avesse ucciso la prima volta e perché volesse farlo proprio ora.

Mi guardai indietro per un istante per vedere se l’angelo continuava a seguirmi. Volava verso di me, lanciando i pugnali a chiunque intorno a lui, pugnali che però ricomparivano nelle sue mani come se non se ne fossero mai andati. Volteggiava in maniera leggiadra e quasi giocosa.

Corsi più velocemente e svoltai l’angolo rischiando quasi di inciampare sui miei stessi piedi.

Mi ritrovai nel corridoio di un ospedale deserto. Era tutto ordinato e pulito. Le luci al neon creavano una strana atmosfera rendendo tutto quel bianco opaco e cadaverico. Non osavo girarmi una seconda volta, sentivo la creatura alata dietro di me e questo mi bastava per continuare a correre.

Finii in una stanza immensa, sembrava la sala operatoria. Non sentivo più rumori. Pensai di averlo seminato. Chiusi le porte dietro di me e appoggiai la schiena contro di esse, ansimando.

Iniziai a sentire una fitta al cuore che prese a battere velocemente. Tesi tutti i muscoli del corpo, inarcai la schiena all’indietro appoggiandomi ancora di più alle porte fredde. Iniziai a levitare, mi alzai da terra per qualche decina di centimetri. Non riuscivo più a muovermi. Avevo le braccia lungo i fianchi con le mani a qualche centimetro dai fianchi e le gambe un po’ divaricate.

Riuscii a muovere la testa e a guardare verso il petto. Il cuore continuava a battere sempre più velocemente, sempre più dolorosamente. Vidi il mio torace gonfiarsi a dismisura. Chiusi gli occhi. Sentii il muscolo allargarsi sempre di più e poi scoppiare, esplodere. Buio.

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Letterina

Caro Babbo Natale,

quest’anno ho deciso di non chiedere nulla per me. Voglio fare una bella opera buona  e far contento il mio “amichetto” che domina da lassù.

  • Vorrei che portassi un bambino con le guancette rosse e grassocce a ogni pedofilo;
  • vorrei portassi una donna sensuale e innocente a ogni stupratore;
  • vorrei portassi un cappio a ogni maniaco depresso;
  • vorrei portassi un fucile a ogni Kurt Cobain;
  • vorrei portassi un flacone di pillole a ogni Marilyn Monroe;
  • vorrei portassi una vittima a ogni soldato e una guerra a ogni capo di stato;
  • vorrei portassi una cisterna d’acqua a chi non ne ha bisogno e una goccia a chi muore di sete ;
  • vorrei portassi un treno di pane a chi ha appena finito di mangiare alla vigilia di Natale e un tozzo a chi muore di fame;
  • vorrei portassi una villa a ogni riccone e un grado in meno a ogni barbone;
  • vorrei portassi una tentazione a ogni cleptomane;
  • vorrei portassi una bella bottiglia di vodka a ogni ex alcolista;
  • vorrei portassi una dose a ogni tossico appena uscito dalla clinica;
  • vorrei portassi una puttana a ogni maniaco sessuale;
  • vorrei portassi un coltello a ogni macellaio;
  • vorrei portassi una forchetta a ogni goloso;
  • vorrei portassi un ebreo a ogni nazista e una strega a ogni cristiano;
  • vorrei portassi una croce a ogni Gesù;
  • vorrei portassi la fine a ogni Mondo;

Come vedi son stato bravissimo, non sono egoista e ipocrita come quelle bestie violente che popolano l’universo. Se vuoi ti posso anche dare una mano nell’elargire questi belli e utili regali.

Con amore e tutta l’anima…

Il Diavolo.

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Cedimento

Giù, sempre più giù. Correva a velocità pazzesca. Non sapeva neanche perché, ma soprattutto verso dove si stava dirigendo.  Si apriva la strada per vie sconosciute e mai viste prima. Si deformava, era diversa ogni secondo che passava. Arrivò a un’imprecisata estremità. Pensò di aver finito il suo percorso, il suo correre forsennatamente verso il nulla. Ma non c’è mai fine al peggio.

Non si fermò. Spiccò un salto nel vuoto, continuando a deformarsi e a riflettere qualsiasi cosa intorno a lei. Spaventata, urlò consapevole del fatto che nessuno l’avrebbe mai sentita. Si schiantò contro qualcosa che non riconosceva. Si frantumò in pezzi piccolissimi di se stessa.

Ma poi ancora giù, sempre ancora più giù. A velocità sempre maggiore. Non capiva, avrebbe dovuto morire in qualche modo e invece era di nuovo lì per quelle strade sconosciute a correre verso il vuoto. A frantumarsi di nuovo. Aveva capito. Era rinata. Ma a che scopo se doveva nuovamente vivere una vita così breve e senza senso? Durante la corsa, stavolta notò che non doveva faticare per raggiungere l’estremità. Notò anche che quest’ultima era un po’ curva. Fu un attimo e di nuovo il vuoto era lì ad aspettarla. Di nuovo si frantumò.

E di nuovo giù e poi giù e poi giù. Stavolta era preparata, guardò dentro se stessa e vide il riflesso di altre decine come lei. Forse stava iniziando a capire. Forse aveva anche preso coscienza di cosa fosse e del perché la sua vita fosse così veloce, così insensata e del perché rinascesse così tante volte, così deformata e così uguale a se stessa. Ma l’estremità era arrivata già e poco prima di spiccare il volo si accorse anche che il paesaggio tutt’intorno a lei era rosa. C’era una piccola montagnetta con due caverne e poco più giù due colline rosse, ma anche loro si deformavano sebbene con frequenza minore di lei.

E si frantumò per l’ennesima volta, dissolvendosi.

Giù, sempre e solo giù. Erano di meno, però, a cadere giù lungo quel terreno rosa e morbido. Ormai era sicura. Aveva capito. Non poteva essere altro che quello. Capì tutto, ma solo una cosa le sfuggiva e a cui non avrebbe potuto dare una risposta: perché?

La velocità le dava sempre meno tempo per pensare, ma stavolta fu lei a risultare più scaltra.

Arrivò l’estremità e spiccò il volo. Guardò dentro se stessa e vide il riflesso di una ragazza che si asciugava il viso dilaniato dalle lacrime.

“Niente più corsa e niente più salto nel vuoto”, pensò. “Almeno per ora…”. Si frantumò, dissolvendosi in se stessa.

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