Click

Le risalirono tutte negli occhi. Erano sull’orlo di cadere giù nel vuoto, ma le ricacciò indietro. Si alzò dalla sedia, mise sciarpa e cappotto, prese le chiavi e il cellulare e sfrecciò via di casa.

Uscì a testa bassa dal portone, non curandosi neanche di chiuderlo bene. Guardava il marciapiedi quasi ipnotizzata, camminando fino all’incrocio con le mani in tasca. Sentiva il freddo pungerle la pelle del viso e se avesse pianto probabilmente le lacrime si sarebbero congelate sulle guance. Prese il lettore mp3 e si mise le cuffie nelle orecchie. Fece partire l’album “Loveless” dei My Bloody Valentine.

Arrivò all’incrocio e svoltò a sinistra. Alzò lo sguardo un paio di volte prima di svoltare di nuovo, a destra questa volta. Guardava i visi dei passanti di tanto in tanto, neanche lei sapeva bene perché. Forse voleva vedere se loro avrebbero scorto cosa stesse provando dentro in quel momento. Voleva vedere se riusciva a esprimersi in qualsiasi altra maniera che non fossero le parole o evidenti segni di altro tipo. Fallì.

I passanti sembravano ignorarla. Si chiese perché. “Perché dovrebbero?”, si rispose.

Arrivò davanti al Duomo. Sempre bello e con quel campanile maestoso. Tanto più la sera, con le luci ad incorniciarlo. Rallentò l’andatura per qualche secondo per ammirarlo meglio.

Riabbassò la testa e riprese a camminare col suo solito passo. Dritto, sempre dritto, sempre per la stessa via. Arrivò a piazza della Signoria e ritornò a rallentare. Piazza magnifica con le sue statue enormi. Il David spiccava per bellezza. Si avvicinò a lui incuriosita, come ogni volta che passava di lì e lo ammirava. Sin dalla prima volta, la parte che più la colpì erano le mani e il fatto che si vedessero perfino le vene. Adorava le vene, soprattutto quelle delle mani. Tirò su col naso, si sistemò gli occhiali e con la testa rivolta verso l’alto continuò a guardare quella statua.

Si stancò e continuò la sua marcia. Passò per la galleria degli Uffizi, con tutte quelle statue di figure storiche come Dante e Boccaccio che la guardavano con uno sguardo che a lei sembrava severo e ammonitore. Infine arrivò alla sua meta. L’Arno. Aveva voglia di vedere l’Arno. Scurissimo, nonostante le centinaia di fonti luminose tutte intorno. Scorreva placido e tranquillo. Rimase lì per non sa bene quanto tempo ad osservare un po’ Ponte Vecchio, un po’ l’Arno e un po’ le case dall’altro lato. Era rapita soprattutto dal riflesso degli edifici sullo specchio d’acqua. Fece una foto col suo cellulare di poco valore al ponte più famoso di Firenze. Il fatto che si specchiasse sull’acqua, faceva sembrare quella foto come due grandi occhi che la fissavano.

“Muoviti, muoviti… Chè a restar fermi si finisce per credere di essere morti”, pensò. Iniziò a camminare di nuovo. Qualcosa era cambiato dentro di lei. Il freddo si faceva più insistente. Forse la passeggiata iniziava a farle bene. Decise di arrivare fino all’altro ponte, così tanto per camminare. Non c’erano molte persone che passeggiavano in quel momento e saranno passate al massimo tre auto per quella strada.

Arrivò nel mezzo del ponte di cui non ricordava il nome e si fermò. Si affacciò dal muretto e guardò giù. In quel punto l’acqua era bassissima, tanto da intravedersi il terreno. Eppure le sembrava che a piano, a piano le acque diventassero più profonde e scure. Distolse lo sguardo. Si guardò attorno. Guardò il cielo con poche stelle per via dell’inquinamento luminoso. Si sentiva decisamente meglio, ora.

Finì di attraversare il ponte e poi svoltò a destra. Voleva fare il giro fino ad arrivare a Ponte Vecchio e poi magari ritornare a casa. La musica in sottofondo la accompagnò per tutto il tragitto. Un paio di volte si voltò indietro per vedere quanta strada avesse fatto. Attraversò il famoso ponte e ritornò da dove era venuta. Appena finita la Galleria, vide una ragazza seduta sugli scalini come intenta ad ascoltare qualcosa. Tolse le cuffie e spense il lettore. Le sue orecchie sentirono una melodia provenire da dietro l’angolo. Era un artista di strada concentrato a suonare la sua fisarmonica. Sorrise e si sedette anche lei sugli scalini a godersi la musica. Poco lontano c’era un gruppo di persone divertite. L’artista finì la prima canzone e qualcuno si sentì così generoso da regalargli qualche spicciolo. L’avrebbe fatto anche lei, se avesse portato con sé il portafogli. Pensò di alzarsi e andare lì a regalargli un bacio o un abbraccio, ma non aveva il coraggio di fare una cosa del genere. Troppe variabili per i suoi gusti. Rimase lì seduta e l’artista iniziò una seconda melodia. La conosceva bene. Era “La Vie En Rose”. Una delle sue preferite. Sentì dentro di sé una sensazione piacevole. Una ragazza iniziò a ballare mentre l’amica la filmava. Sorrise di nuovo, si stava divertendo anche lei. Proprio una bella passeggiata questa.

L’occhio le cadde su un ragazzo che era a tre o quattro metri da lei. Sentì una sensazione che conosceva bene. Lui era come lei. Lei era come lui. Continuò a guardarlo di tanto in tanto. Poi quel ragazzo si mise a camminare verso l’Arno insieme a un altro che era poco distante e che poco prima lanciò pochi euro all’artista di strada.

Continuò a osservarli per qualche secondo e dopo qualche decina di metri il ragazzo si fermò e l’altro gli stampò un bacio sulle labbra.

“Il mio radar non sbaglia mai”, pensò compiacendosi.

Ritornò a concentrarsi sulla musica. L’artista decise di suonare un tango. Rimase lì per una buona mezz’ora, poi iniziò a sentire il freddo entrarle nella carne e nelle ossa.

“Muoviti, muoviti… Chè a restar fermi si finisce per credere di esser morti.”

Si alzò, ne aveva abbastanza di tutto e decise di tornare a casa. Camminò per un centinaio di metri e poi sentì parlare una ragazza. SI voltò verso destra e la vide seduta su dei gradini con al fianco un ragazzo. Aveva lo sguardo nerissimo, sembrava davvero molto arrabbiata. “Stronza, ma quanto è stronza. Stronza.”, le sentì  dire e stranamente si sentì ancora meglio di prima.

Camminò fino alla strada di casa. Prese le chiavi e a testa alta rientrò nel suo portone, non curandosi neanche di chiuderlo bene.

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Risveglio

Era rimasto immobile per un lasso di tempo che neanche lui saprebbe definire. Era rimasto lì in piedi al centro di quella che era stata la sua stanza per due lunghi anni. Non pensava a nulla, si guardava soltanto intorno alla ricerca di non si sa bene cosa.

Aveva lo sguardo assente e sembrava perso in un altro mondo, probabilmente quello dei ricordi.In quei due anni non era successo molto, ma quella stanza era piena di emozioni contrastanti che vorticavano tutte nella sua mente in quel preciso istante.

Solo una iniziò a piano, a piano a emergere fra le altre. All’inizio era come un sussurro all’orecchio, dolce e piacevole, poi cominciò a farsi insistente e sentì quel familiare bruciore alla bocca dello stomaco che l’aveva accompagnato per tutta l’adolescenza. Sorrise.

Gridò con tutto il fiato che aveva in gola. Tremò per lo sforzo e tese tutti muscoli dalla testa ai piedi. Strinse i pugni fino a conficcarsi le unghie nei palmi delle mani, ma non sentì dolore. Non sentiva nulla se non quell’unica emozione: pura e travolgente.

Scattò come una tigre e, continuando a urlare, iniziò a distruggere qualsiasi cosa gli capitasse a tiro. Le piccole cose furono le prime ad essere spazzate via. Oggetti di qualsiasi materiale finirono frantumati a terra o sulle pareti. I mobili non furono risparmiati, il legno cedette quasi subito sotto i suoi colpi persistenti e che non accennavano a diminuire neanche quando dalle nocche iniziò a sgorgare il sangue a fiotti. Cassetti e ante degli armadi divisi letteralmente a metà, lanciati a terra e poi calpestati. Vestiti strappati a morsi, vetri e specchi distrutti lanciandovi contro le sedie, la lampada, le scarpe, i cubi di Rubik che tanto amava e che gli fecero compagnia per lunghi pomeriggi insieme alla solitudine.

Passò a prendere di mira perfino i suoi libri a cui tanto teneva e di cui era così tanto geloso. Li prese a uno a uno e li strappò pagina per pagina, sghignazzando. Faceva cadere le pagine come fossero foglie al vento e ci camminava sopra incurante.

Si accorse che il suo cellulare vibrava nella tasca destra dei pantaloni mentre rovesciava il letto su cui aveva dormito, divorato libri, studiato, pianto, riso, parlato, fatto l’amore, masturbato, perfino sognato. Si fermò ansimante per qualche secondo col cuore che batteva così forte da uscirgli dal petto. Prese il telefono in mano e vide chi lo stava chiamando. I suoi occhi si iniettarono letteralmente di sangue. Il fuoco divampò e lanciò il cellulare contro il televisore. Prese il pc e lo distrusse sbattendolo contro il muro così violentemente che le schegge gli tornarono indietro conficcandosi sul suo volto. Con la faccia insanguinata e madida di sudore, corse di nuovo verso il letto. Un pezzo di legno di un ormai irriconoscibile comodino lo fece inciampare e cadere rovinosamente a terra. Ma il formicolio dentro non era cessato e con un ultimo urlo di sfogo, tirò un pugno al pavimento con una forza tale da far tremare tutto. La mattonella si spaccò insieme alle ossa della sua mano già martoriata.

Finalmente, tutto tacque. Si sentiva solo il suo respiro affannoso e pesante. Quando anche il suo cuore si calmò, chiuse gli occhi in preda alla stanchezza. Si rannicchiò in posizione fetale e stava quasi per addormentarsi quando riaprì per un attimo gli occhi, giusto il tempo di accorgersi dell’unica cosa che si era salvata dalla distruzione. La sua tigre bianca di peluche era lì, al suo solito posto sulla mensola, con il suo sguardo triste e pensieroso che lo guardava.

Cedette al sonno subito dopo e si addormentò con il sorriso sulle labbra insanguinate.

Riaprì gli occhi a causa di un fastidio alla coscia. Era rimasto immobile per un lasso di tempo che neanche lui saprebbe definire. Era rimasto lì in piedi al centro di quella che era stata la sua stanza per due lunghi anni. Il fastidio persisteva irrefrenabile e irritante. Mise una mano in tasca. Era il suo cellulare che vibrava.

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Lacrima

Sdraiata su un prato verde, con un leggero vento a smuovere le foglie del vicino albero. La musica della natura tutt’intorno a solleticarle le orecchie, i fili d’erba a sfiorarle la pelle nuda. Il sole caldo a riscaldarle il viso e le membra, il cielo azzurro e le nuvole bianche a dipingerle la fantasia. Mise le mani dietro la nuca e poggiò una caviglia sul ginocchio piegato per sognare più comodamente. Le ritornò in mente una canzone del suo gruppo preferito. Alla fin fine quella promessa era stata mantenuta, sebbene solo da lei e non da colei a cui aveva chiesto di promettere. Ma si sa, che le cose nella vita non vanno mai come vorremmo. Meglio godersi questo attimo, pensò immaginando che quella bianca nuvola che stava guardando fosse un coniglio che scappava dal suo predatore. Iniziò a seguire con la voce quella melodia che aveva in testa e che conosceva così bene da farlo quasi inconsciamente. Era un vero e proprio sogno che si avverava. Sogno nato tanti anni fa, capace di darle lunghissime ore di conforto ma anche di tristezza e frustrazione. Che soddisfazione essere lì, ora, in quel preciso istante. Peccato che esserci arrivata le sia costato tantissimo, praticamente buona parte di se stessa. Ma che importa, pensò di nuovo guardando questa volta la forma di Zeus tra le nuvole, ne è valsa la pena dopotutto.

Rimase lì per chissà quanto tempo e neanche le importava. In quel luogo sconosciuto il tempo non contava, come non contava il prima, il dopo e tutto il resto. Conta  solo il qui e l’ora nel mondo dei sogni, null’altro. Non voleva ritornare, ma sapeva di doverlo fare. Il suo viaggio era giunto al termine. La promessa mantenuta, il sogno concretizzato. Non rimaneva altro da fare che cercarsene un altro e ricominciare da capo. Dopotutto era quello che sapeva fare meglio, sognare e aspettare il momento giusto per farlo avverare. Peccato davvero però che le cose nella vita non vadano mai come vorremmo.

Si alzò da quel meraviglioso prato, si stiracchiò divaricando braccia e gambe come a formare la lettera X e sentì qualcosa di freddo conficcarsi nella schiena e trapassarle il cuore. Spalancò gli occhi e le labbra. Fu sorpresa, pensava non ci fosse nessuno nel raggio di chilometri e chilometri. Guardò verso il suo petto e vide una fontana di sangue sgorgarle dal cuore che ancora riusciva a dare gli ultimi segni di vita battendo ancora più forte, come a non volersi arrendere. Vide anche la punta della freccia insanguinata che fiera e maestosa la scherniva o così sembrò a lei. Stranamente non sentì dolore in quel momento, non aveva ancora capito.

Si voltò lentamente per capire chi l’avesse fatto e se ne pentì amaramente quasi subito. Quel viso lo conosceva fin troppo bene. Quegli occhi le avevano infestato i più bei sogni della sua vita. L’avevano confortata nei più infami e maligni incubi. Capì in quell’istante che non c’era più niente da fare, ma dopotutto anche lei aveva mantenuto la promessa. Che insolita ironia ha la vita. Niente più sogni da ora in poi.

E in quell’istante iniziò a sentire un atroce dolore insopportabile.

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Getto

Amo il tratto che la penna produce sul foglio. Amo come la penna scivola sul bianco. Amo come l’inchiostro esce dalla sferetta. Amo come la mano sia contratta tutta intorno alla plastica trasparente. Amo come, alla fin fine, ogni lettera sia così diversa l’una dall’altra, sebbene sia la stessa mano a produrla. Amo come ci sia una calligrafia per ogni persona che scrive. Amo come la mente sia così legata al movimento, come il pensiero sia legato allo scrivere. Amo come la pagina che si ha di fronte e la mente siano comunicanti come dei vasi, ma invece di svuotarsi per far livellare il contenuto, l’una nutre l’altra fino al riempimento più totale. Amo come il foglio bianco mi seduca in maniera così poco volgare e così tanto sensuale. Amo come la mia mente a volte sia intimorita dalla purezza di quel bianco, come se avesse paura che qualsiasi cosa potesse mai produrre non farebbe altro che sporcare col suo inchiostro qualsiasi cosa, non solo il foglio. Amo il modo in cui la mia mente riesca a volte a superare tutti i suoi blocchi e le sue paure e riesca a riempire e riempirsi, a creare e crearsi. Amo come scrivendo non ci si senta mai soli. Scrivere…

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